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Giusto due parole…

Posted on: May 26th, 2012 by admin 5 Comments

La prima volta che siamo andati in Asl, planimetrie dell’immobile alla mano, ci è stato detto: “Volete fare un ostello? Le leggi ci sono, dovete conoscerle. Noi non diamo pareri preventivi. Voi fate l’ostello e poi noi usciamo per il controllo. Se ci piace ok, altrimenti ve lo chiudiamo“.

Una volta acquisite maggiori informazioni, e data la risposta non esattamente esauriente, la settimana successiva siamo tornati in Asl (l’ufficio diciamo che non è aperto 24h/24). “Dovete prendere il regolamento d’igiene, quello del 1985“. “Solo quello?“. “Si“. Non essendo del tutto convinti, la settimana seguente siamo di nuovo lì: “Ma solo il regolamento dell’85?“, chiediamo. “Effettivamente no, ci sono anche le successive modifiche…“. A questo punto eravamo quasi terrorizzati. Quell’ “altrimenti ve lo chiudiamo” riecheggiava nelle nostre teste fuori da Via Statuto.

Ci stavamo indebitando per più di 10 anni, non si poteva sbagliare. Volevamo che tutto l’ostello fosse completamente “a norma”, “legale” ma nessuno sapeva dirci cosa realmente dovessimo fare: Asl, Comune, Vigili del Fuoco, Questura. Nessuno. In totale, prima di prendere in affitto l’edificio, siamo stati 5 volte in Asl. Non è vero: siamo stati ricevuti 5 volte. Saremo andati lì almeno il doppio.

Dopo aver sottoscritto il contratto d’affitto, abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione.

Nello stesso periodo, abbiamo continuato ad andare in Asl. Nel frattempo, senza che nessuno nei vari uffici ci dicesse nulla, abbiamo scoperto che Regione Lombardia aveva emanato un nuovo regolamento per gli ostelli. Preso in mano il regolamento, abbiamo constatato che la struttura da noi progettata avrebbe soddisfatto ogni disposizione normativa. Tutte tranne una.

Infatti, alla lettera a dell’art. 8 del regolamento si stabilisce che ogni camera non possa avere più di 6 posti letto. Indipendentemente dai metri cubi, dai rapporti aero-illuminanti e dal numero di servizi.

Che potevamo fare? Nulla, l’immobile ormai era quello. Data la struttura dell’edificio abbiamo superato ogni disposizione. Si richiedeva un distributore automatico di merendine? Nella stanza più bella dell’immobile abbiamo fatto la cucina per gli ospiti con annesso terrazzo. Aria condizionata negli spazi comuni? Anche in ogni camera. Reception aperta 6 ore al giorno? 24h/24. Di bidet neanche a parlarne? Bidet in ogni bagno (elemento d’italianità). Possibilità di accesso a Internet? Wi-fi gratuito senza password. Bagni comuni? No, bagni privati in ogni stanza. Eccetera eccetera eccetera.

A fine lavori, abbiamo chiamato il funzionario della Regione per fargli vedere l’ostello, preoccupati per la nostra mancanza. “Ragazzi, ma veramente pensate che queste norme vengano fatte per strutture come la vostra? Dovreste invece trainare tutto il mondo degli ostelli lombardi“. Il dirigente ci aiuta a scaricare dalla macchina una spesa e, complimentandosi ancora, se ne va.

Non facciamo in tempo a sentirci un po’ rincuorati che iniziano i controlli: 15 visite ufficiali (e non) in 8 mesi. Tutto procede alla grande. Tranne la visita Asl.

Ci contestano i letti in più: su dieci stanze, ci sono tre camere (di 25 mq l’una più servizi) con quattro letti a castello, anzichè tre. I metri cubi, i servizi igienici, i rapporti aeroilluminanti andrebbero bene anche per 8 persone. Ma il regolamento dice “massimo 6“. I nostri ospiti sono entusiasti, ma non importa.

Ora: l’assurdità di tutto questo è che siamo stati noi – noi – a dare ai funzionari Asl il nuovo regolamento. Sì. Perchè si sono presentati con il regolamento del 1985. Non sapevano neanche che ci fosse una nuova legge. Glielo abbiamo detto noi, evidenziando da subito il punto su cui eravamo in difetto (l’unico). Paradossalmente, se ci fossimo fidati solo dell’Asl avremmo fatto un ostello completamente fuori norma. Avremmo rispettato la vecchia normativa e, ad un ulteriore controllo, ci avrebbero costretto a decine (centinaia) di migliaia di euro di adeguamenti.

A fine marzo, la Asl ci contesta i letti in più che avremmo dovuto togliere. Ieri ci è arrivato dal Comune di Milano l’avviso di avvio del procedimento di chiusura. Avremmo potuto togliere i letti in più ma non abbiamo voluto. Quando è troppo, è troppo. Anche perchè, per esperienza, sappiamo bene che se mettiamo a posto una cosa, poi ne contestano un’altra. Ora, basta.

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Abbiamo speso più di 200mila euro solamente per adeguare la struttura ad ogni normativa. Abbiamo speso 25mila euro solo per allargare di 4 cm una rampa di scale perchè si sosteneva che per andare dal primo piano all’uscita di emergenza (al piano terra) si dovesse passare dal 3° piano. Paghiamo migliaia di euro ogni anno per il semplice fatto che abbiamo delle chitarre e un pianoforte a disposizione degli ospiti (vorrebbero che pagassimo anche per le nacchere). Ogni giorno passiamo ore (certamente retribuite) per inviare alla Questura i dati degli ospiti usando un simpatico quanto rapido software che, a titolo puramente esemplificativo, riporta ancora la divisione Germania Ovest – Germania Est.

Eccetera, eccetera, eccetera.

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Paghiamo centinaia di migliaia di euro per l’INPS, abbiamo un credito d’IVA enorme che riavremo in 10 anni, paghiamo ogni tassa, ogni contributo. Da febbraio ci fanno chiudere alle 22 anzichè alle 2, perchè il settore commercio non ha comunicato alle attività produttive (che avrebbe dovuto avvisare le politiche ambientali) il nostro cambio orario. E, ovviamente, qui nessuno ha pensato di lasciare a casa alcun lavoratore. Ce l’abbiamo messa tutta per essere in regola, per fare impresa in modo pulito, per coniugare attività imprenditoriale e finalità di utilità sociale. Quello a cui assistiamo ogni giorno presso gli uffici pubblici riflette un’immagine drammatica sulla possibilità di offrire qualcosa di meglio a se stessi, a questa città e a questo Paese.

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In ogni caso, se ci avessero irrogato una sanzione pecuniaria, l’avremmo accettata. Certo: dopo tutto quello che abbiamo vissuto, l’avremmo considerata una bassezza. Ma avremmo pagato.

Siamo abituati e siamo stati educati ad assumerci la responsabilità di ciò che facciamo. Abbiamo violato una norma? Pronti a pagare. Ciò che invece non siamo disposti a fare è stare in silenzio quando il Comune ci prospetta una sanzione non prevista da alcuna normativa. Infatti, secondo il dettato legislativo (art. 49 comma 3 L.R 15/07 – art. 11 BURL 14.02.11), in caso di violazione degli standard obbligatori minimi è prevista unicamente – unicamente – una sanzione pecuniaria.

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Perchè dovremmo chiudere? Chi vuole chiudere Ostello Bello? Perchè dovrebbe chiudere una struttura considerata dai propri ospiti il secondo miglior nuovo ostello al mondo ed il primo in Italia? Perchè tale accanimento verso un progetto che coinvolge più di 15 lavoratori? Noi siamo pronti ad assumerci ogni responsabilità.

Ma un’illegittima minaccia di chiusura non la accettiamo e ci difenderemo in ogni sede opportuna.

Adesso basta.

E’ ora di cambiare.

Ostello Bello

5 Responses

  1. Pisto says:

    Bravi andate avanti e continuate! non è accettabile ciò che vi stanno facendo!!!

  2. luisa says:

    Ineccepibili.

  3. emmeemmeuno says:

    Ciao.
    Come procede dunque la questione?
    Le notizie in rete si fermano alla data di questo comunicato e alla precisazione del sindaco Pisapia.

    Grazie e buona serata,

    mm1.

  4. Anna says:

    Facciamo qualcosa, una protesta, una petizione, scriviamo un milione di SMS a Formigoni.Basta ingiustizie!

  5. Orso says:

    Non è solo una questione lombarda, purtroppo, ma di tutta l’Italia. Ogni idea buona viene fatta morire in mezzo a un rovaio di normative deliranti, di prassi soffocanti, di ricatti belli e buoni per spillare soldi. Quanto sarebbe immenso e inarrivabile questo Paese se ci fosse più semplicità e buonsenso. In bocca al lupo ragazzi.

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